Vacanza di angeli

In questa estate ormai finita ma che inspiegabilmente insiste ancora, sul mio noioso treno del mattino si incontrano ragazzi che sfruttano le ultime giornate calde per una tardiva vacanza. Quelli con lo zaino, stravaccati sui sedili perché hanno preferito viaggiare di notte, solitamente sono stranieri. Più rari, quasi mai reduci da viaggi notturni, coppie o terzetti di giovani italiani, notoriamente meno avventurosi e disposti ad affrontare le scomodità. Comunque li trovo tutti adorabili. Ieri l’altro, un inglese allungato su tre dei posti disponibili appoggiava la testa sulla spalla del suo amico, incastrandolo contro una trincea di bagagli. Il viso allungato, gli occhiali dalla montatura leggera, le labbra ben disegnate, si svegliava a ogni fermata riprendendo però subito il filo del sonno.

Questa mattina invece incrocio mentre scendo a Brescia tre sloveni che sul momento mi sembrano fratelli. Scherzano con una grazia e una armonia che mi impedisce di staccare loro gli occhi di dosso, come se intorno ai loro corpi vigorosi e asciutti, con i pantaloni che lasciano vedere l’elastico delle mutande, si aprisse un vuoto che attira l’attenzione di tutti. Forse non proprio di tutti, perché quando si fermano a consultare la guida che uno di loro tiene in mano e cercano attorno chi può dargli indicazioni notano solo me che li osservo. Con una conversazione in inglese incerto, integrato qui e là da parole italiane intradotte, arriviamo alla conclusione che non siamo a Verona, dove dovevano scendere. Lo sbaglio, dovuto al sonno, all’inizio li riempie solo di divertimento. Con spirito avventuroso mi chiedono cosa c’è da vedere invece qui. Siccome vogliono fare colazione, e anche io prenderei volentieri un caffé, ci sediamo a un tavolo grande del bar della stazione. Comincio a distinguerli: solo Nick e Roman sono fratelli, biondi, di quella bella mescolanza fra mediterraneo ed Europa dell’est che cresce lì. Rod invece è serbo, più basso, di pelo scuro, dei tre è il più riservato, compagno di classe alle superiori di Nick e appassionato d’arte medioevale che sta studiando all’Università. I fratelli stanno seguendo in pratica il viaggio d’istruzione di Rod, che, verrò a sapere poi, è figlio di un addetto all’ambasciata. La loro idea un po’ sventata è vedere tutta Italia risparmiando sui pernottamenti, cioè: dormendo in viaggio sui treni, per questo sono partiti da Venezia all’1.50 per svegliarsi secondo il programma a Verona, appunto. A soli due giorni dalla partenza però si sono resi conto di non aver tenuto conto di dettagli come la necessità di lavarsi meglio di quanto consentano le ritirate dei treni. L’abbigliamento curato – a ben vedere – e le loro espressioni non sono affatto da punkabbestia, hanno una tremenda nostalgia dell’acqua calda. Inoltre hanno riscontrato che l’Italia non è molto più a sud e mediterranea della loro terra, e a metà settembre, basta che piova, può esserci un freddo umido già invernale che ti entra nelle ossa, specialmente nella pianura padana.

Sono belli e sono simpatici, potevo non offrirmi di fargli fare un bagno caldo? Se va bene a loro, possono aspettarmi fino a quando sbrigo i miei impegni, per mezzogiorno gli propongo di ritrovarci lì, riprendere il treno per pochi chilomentri, e tra l’altro proprio in direzione Verona, scendere al mio paesello e pranzare a casa mia, dove soprattutto possono lavarsi. Il programma, dopo qualche protesta educata di Rod, li entusiasma. Su una piantina del centro di Brescia appena abbozzata di un volantino pubblicitario che c’è sul tavolo gli traccio il programma di visite culturali della mattinata: possono evitare la Pinacoteca citata dalla loro guida, del resto chiusa, e rinuncio pure a mandarli nel tempio della pittura bresciana, San Giovanni: tutto il meglio è cinquecentesco; il museo di Santa Giulia si paga, invece se fanno il corso possono godersi Santa Maria dei Miracoli, arrivando spediti nella bellissima piazza Loggia; un appassionato di Medioevo non può trascurare il Duomo vecchio, a pianta circolare. Volendo, dopo la vista del foro romano – basta quello che si vede dalla strada – possono salire al Castello, oppure girare le vie del centro e, tornando verso la stazione, approfittare della messa delle 11.30, unico momento in cui la chiesa dei SS. Nazaro e Celso è aperta, per vedere il cristo trionfante di Tiziano, sensuale e drammatico, che non possono non apprezzare.

Il loro modo di stare vicini e sempre uno addosso all’altro mi piace moltissimo, anche se non ci vedo niente che non sia l’esuberanza fisica dell’età. Quando ci ritroviamo all’ora stabilita estendono anche a me la loro confidenza, i due fratelli mi abbracciano e in effetti, sì, hanno bisogno di un bagno, ma per conto mio me ne starei sotto il braccio di Nick per tutta la giornata. Sono entusiasti delle cose che hanno visto e decidono che la loro guida, la quale di Brescia quasi non parlava, non è per niente affidabile. Mentre cucino riescono a farsi il desiderato bagno e poi, sono quasi le due, mangiamo insieme allegri come studenti delle superiori in gita. Il bello è che mi trattano come un coetaneo, anche se ne ho più del doppio, in realtà. Si capisce poi che sono molto ben educati. Si sono messi ad aspettare il loro turno per il bagno seduti in terra e hanno rifiutato di mettersi sul divano come gli proponevo, dicendo che lo avrebbero sporcato; gli zaini li hanno accatastati uno sopra l’altro, e non è che casa mia possa essere scambiata per un tempio della pulizia. Come dolce a fine pranzo hanno preteso di farmi assaggiare l’ultimo pezzo di una specie di pastiera croccante, piena di frutta secca e spezie che non ho riconosciuto, buonissima, capolavoro esotico della mamma di Rod. Dopo mangiato stiamo per un bel po’ a chiacchierare, loro scherzano sforzandosi di parlare in modo che io possa capire, perché a dargli la carica è lo spettacolo che non del tutto inconsapevolmente stanno facendo per me e di cui io apprezzo ogni dettaglio. I due fratelli sono uno più loquace dell’altro e letteralmente non stanno zitti un momento. Capiscono che mi sto divertendo e non si pongono domande, anche perché si divertono pure loro. Suona persino naturale che a un certo punto gli proponga una gita sul Lago di Garda, e poi di fermarsi a dormire per la notte. Provano a ribattere che non vogliono disturbare oltre, che sono stato fin troppo gentile, ma l’idea di una dormita vera toglie forza alle loro proteste. Pongono come condizione di poter preparare una cena slovena che salderà per sempre l’amicizia fra le nostre patrie, e io accetto pur temendo di non avere e di non trovare da nessuna parte gli ingredienti necessari. Invece al supermercato si muovono con sicurezza, ne hanno uno della stessa catena vicino a casa, e i fratelli sono addirittura abituati a cucinare per la loro famiglia dove i genitori lavorano entrambi e tornano tardi. Troveranno poi nella mia cucina pentole della forma giusta che ho ereditato da mia madre e non ho mai usato.

Il pomeriggio sul lago è stato bello, i ragazzi hanno trovato tutto entusiasmante, perché questo momento dorato della loro vita lo vivrebbero così ovunque, e io li invidio tantissimo, non essendo mai stato come loro. A Sirmione si sono ricordati della Callas e io gli ho tradotto la celebre battuta di Onassis detta al primo marito della cantante, quando venne a prenderne gli effetti personali: “e tu tenevi Maria in questa… pozzanghera?”. Disapprovano ma ridono. La preparazione della cena si è protratta oltre ogni limite, all’una avevamo appena finito di mangiare ma stanchi della giornata, e loro anzi stanchi delle tre giornate precedenti, sbadigliavamo tutti. Al momento di decidere i posti letto si apre una questione. Uno deve stare per terra, su un materasso che ho recuperato dalla cantina di mia sorella. Purtroppo, nonostante fosse protetto da una busta di plastica, gli è colato qualcosa come della benzina sopra, me ne accorgo solo adesso, e francamente non si può chiedere a nessuno di dormirci sopra. I fratelli propongono di condividere il divano letto a due piazze, che però è un po’ stretto già per due. Rod taglia corto dicendo che con una coperta sotto dormirà senz’altro sul tappeto dello studio. Ma non ci sono abbastanza coperte e i fratelli sono spaventati all’idea di un’altra notte scomoda e fredda come quella scorsa, i cui sono riusciti ad addormentarsi solo indossando praticamente tutto quello che hanno nel loro risicato bagaglio, con più libri che maglioni. Siccome mi sembra assodato che i fratelli vogliono dormire insieme, propongo a Rod la piazza libera del mio letto matrimoniale. Sono i fratelli a dire subito sì, sì, e Rod un po’ si schermisce, gli sembra veramente troppo in quanto a invadenza, mi pare aggiunga. Roman gli dà una spinta bonaria che me lo manda quasi addosso. E’ deciso comunque.
(segue?)

Gli è di sicuro venuto il dubbio

Ci sono vari modi di portare la propria bellezza. L’ingenua, erotica inconsapevolezza di esser belli è quasi scomparsa, chi sa se è mai davvero esistita come ci raccontano Pasolini e gli altri testimoni di quando i maschi, di regola, non erano affatto tenuti a esserlo e perciò non se ne curavano. Viene a sostituirla un fenomeno che a pensarci non è poi molto diverso, altrettanto struggente. In questa nuova versione il ragazzo sa di esser bello, perché non è mica cecato, vede se stesso nello specchio, le sfacciate che conosce lo hanno informato da molto tempo e non gli sono sfuggite le occhiate insistenti di molti maschi. Però la sua bellezza non lo soddisfa, non è così che vuole piacere, non a quelle persone. Non vuole assumere il ruolo che trova già confezionato nei desideri che lo circondano. Andrea F., 24 anni, appena laureato ingegnere, è il mio esempio chiarificatore. Una bellezza smagliante benché malinconica, delicata, dolcissima. Perfetto sia quando sorride generoso, ma con un’ombra di incertezza, sia quando corruga la fronte e imbroncia le labbra, pensoso, tutto preso da un suo cruccio che si pagherebbe per poterlo aiutare a dissipare, tanto lo si sospetta un problema del tutto risolvibile. Riservato, intrinsecamente bravo ragazzo, serio, gentile.

Andrea si rende conto però di non essere abbastanza virile, maschio insomma, più propriamente: macho. Non è effemminato nemmeno un po’ ma avverte che gli manca quella decisione nel porgere a voce e la prontezza di riflessi di chi sa difendere il proprio territorio anche dagli attacchi più remoti. E’ un tesoro, farà la felicità di chiunque, ragazzo o ragazza troverà la strada del suo cuore, ma lui vorrebbe essere una specie di maschio alfa. Tragico equivoco. Perciò quando si guarda allo specchio, quando osserva se stesso in azione, quando con spavento ascolta la propria voce registrata o si vede in un video, annota con spietatezza tutte le distanze dal suo ideale di vero maschio dominatore. Ma la perfezione della sua bellezza, per fortuna, è perfettamente nota invece al suo corpo, il quale si rifiuta di adottare le correzioni che si impone, che lo incupiscono e lo rendono talvolta nervoso. Lo incontro spesso la sera, al ritorno dalle rispettive giornate di lavoro. Osservo sul suo viso le tracce della lotta quotidiana che ingaggia con la sua natura, la quale vince sempre, lasciando lui stremato ma il suo fascino intatto, e lui desiderabile al massimo grado.

E’ gay? Non credo. Gli è di sicuro venuto il dubbio, ma non è detto che ci si sia soffermato più di tanto. La sua è più paura di apparire, oltre che debole, gay, insulto che associa alle caratteristiche di sé che non ama, che odia perché gli ricorda ciò che non è. Probabilmente invece le ragazze gli piacciono molto, ma non vorrebbe ispirare loro tenerezza, è questo il problema. Le ragazze con atteggiamenti materni non lo attizzano per niente. Ha nostalgia del maschio predatore che non è, e non sarà mai. Sospetto persino che se riuscisse a diventarlo scoprirebbe che quel ruolo non gli piace. Il suo comunque è un dramma di poco conto, non esagerate anche voi, adesso. Troverà certo il modo di conciliarsi con la sua dolcezza. Sarà uno spettacolo, che peccato non essere riuscito con lui ad arrivare nemmeno al superficiale saluto che si scambia con qualcuno che si incontra tutti i giorni, anche senza ricordare per forza che qualche tempo fa sapevi il suo nome, che questo tizio conosce i tuoi genitori, perché anni fa frequentava casa tua e ogni tanto lo sorprendevi a fissarti.

Campo di tensioni

Per la ripartenza del blog pensavo di dover cambiare qualcosa, in profondità. Ho preso in considerazione seriamente l’ipotesi di lasciar vedere meglio, in trasparenza, l’autore, cioè: le condizioni materiali nelle quali incontro i ragazzi che descrivo e che saranno ancora, noiosamente, l’argomento principale (è un avvertimento). Significava esporsi al rischio di essere riconosciuto, non siamo in molti anche nella mia vasta provincia a fare il mio mestiere, qualunque collega ci fosse capitato sopra avrebbe fatto facilmente le deduzioni del caso. Come ho scoperto nell’aprire il primo blog, nel 2004, l’anonimità è una condizione che mi è più o meno indispensabile. Ma qui si apre un campo di tensione. Perché mi è altrettanto indispensabile sentirmi protetto che schiarire le zone d’ombra. Anche, ed è forse una terza esigenza, assumere una posizione sincera, essere sincero. Perché è dalla fedeltà verso quello che provo, e dalla precisione con cui riesco a scriverne, che ricavo lo stimolo a proseguire. Ma è dalla certezza di non poter essere riconosciuto, cioè visto a mia volta, che ricavo la libertà di scrivere sinceramente. E’ la solita storia gay? Sono una velata? Lascio a chi mi conosce la risposta a queste domande legittime.

Dunque inizialmente, mi sono baloccato con l’idea di dire con molta meno approssimazione chi sono, e magari dove lavoro. Spiegare perché ho continuamente sotto gli occhi tanti ragazzi dell’età giusta per interessarmi, e come accade che abbia con loro un rapporto distaccato, il quale mi consente di osservarli senza tuttavia essere davvero coinvolto nella loro esistenza. Ma questo ha a sua volta creato un blocco che ha portato a due anni la pausa di questo blog. Molti che hanno cercato un rapporto personale con me nell’altro blog, e in qualcuno dei commenti più puntuti, avevano più o meno criticato proprio la mia opacità: tu chi sei? da dove parli? Voglio dir loro che avevo preso sul serio il rilievo, al punto da compromettere la mia scrittura.

Il blog che ricomincio ora sarà quindi, credo, nelle intenzioni, assolutamente identico a quello del decennio passato, perché ciò che scrivo si trova nel punto di equilibrio definito dalla tensione alla sincerità e da quella opposta alla reticenza. E’ il solo punto nel quale riesco a stare.