Vacanza di angeli (la conclusione)

(Prosegue da quest’altro post)

Con Rod solo nel letto il dialogo non prosegue facilmente. Di là sentiamo i fratelli che parlottano. Rod considera evidentemente il colmo della scortesia mettersi subito a dormire, come invece, penso, avrebbe voglia di fare. Si è tolto i vestiti con un po’ di imbarazzo poggiandoli ripiegati sulla poltroncina dove io invece di solito li butto senza neanche guardare. Ha il fisico più solido e compatto dei magrissimi fratelli, è molto peloso sulle gambe come già si intuiva dal collo della camicia da vestito. Mi intenerisce notare che tiene la maglietta nera infilata nelle mutande a slip, bianche, che oltretutto non sono firmate per essere viste come quelle invece degli altri. Rod è stato molto in silenzio nel pomeriggio, sempre sorridendo e partecipando, ma quasi mai aggiungendo sue battute a quelle di Roman e Nick. Ho osservato le belle geometrie fra loro; il gruppo è evidentemente 2+1, ma il centro è lui. A Rod si rivolgono sempre per la parola definitiva, è il più assennato. E’ anche il più restìo ai contatti fisici, ma viene sempre ciancicato e abbracciato da Nick, che quindi, credo, sa di non dargli fastidio. Ma io non sono Nick, né Roman e anche se il mio desiderio di toccarlo non è poi molto diverso da quello dei suoi amici, perché in questa giornata sono riuscito a ricacciare talmente lontano ogni cosciente impulso sessuale da trasformarmi quasi in un etero, non intendo sfiorarlo nemmeno con un dito. Mi sembrerebbe tra l’altro di fare una cosa molto disdicevole, come arrampicarsi sul tavolo per prendere la briciola che non è caduta. “You’re tired”, dico, e poi “dormiamo”, perché non mi viene in mente come dirlo in inglese, ma faccio il gesto universale del cuscino con le mani giunte sotto la guancia e spengo la luce.

Sento la sua presenza vicina come un vuoto alla bocca del mio stomaco, lo so che cosa significa: altro che eterosessuale. Ma resto immobile, sono rassegnato al fatto che non dormirò questa notte, e anzi non voglio proprio farlo, per paura di russare. Me ne starò qui, penso, grato di avere questo ragazzo bello come il sole accanto, che profuma di sapone e ha un respiro leggero, rassicurante, paterno. Ma dopo qualche minuto in cui mi sembrava di sentirlo già respirare più forte, come se si fosse addormentato, la mano di Rod si avvicina al mio braccio e tocca la mia mano sotto le coperte. Sono così sorpreso che non reagisco, la sua mano si stringe nella mia, allora mi giro su un fianco e mi avvicino. Rod però resta fermo, come se avesse voluto appunto solo che mi avvicinassi, sentire il calore di un corpo umano. Farei fatica anche in italiano a parlagli, in inglese non ci provo nemmeno. Ora siamo in contatto con tutto il corpo ma non oso muovermi e nemmeno lui lo fa. So che non ci crederà nessuno, ma se mi sono deciso dopo un tempo imponderabile per me a toccargli il cazzo è stato solo perché mi sembrava indecente fare quello che si ritrova un ragazzo di vent’anni nel letto, bello e atletico, e si fa pregare. Ma Rod non collabora. Non mi respinge, ma nemmeno si muove. Ha un’erezione, e in quel momento non mi sembra neanche un chiaro indizio: ce l’hanno sempre il cazzo duro a quell’età. Glielo prenderei volentieri in bocca, ma Rod intuisce il mio pensiero (chissà come ha fatto?) e mi dissuade con un mormorio. Tiene la mia mano sul suo cazzo e la muove appena su e giù. Questa sega, penso, resterà lo stesso uno dei rapporti sessuali più completi e soddisfacenti della mia vita. Non per la sua partecipazione, certo: rimane fermo, solo ansima e dopo un po’ si gira appena verso di me, poco prima di venirmi addosso con uno schizzo abbondante, quasi torrenziale: sento il liquido vibrare mentre viene spinto fuori, come da un rubinetto. “Excuse me”, dice piano, o almeno mi sembra. Ma io considero il suo sperma sul mio ventre e sul torace come un regalo inaspettato e tenero, quasi mi commuovo. Questo giovanotto mi ha appena eiaculato addosso, ma non mi sento autorizzato a fare niente, come se ci avessero appena presentati e ci stessimo domandando se possiamo stringerci la mano o se c’è qualche argomento comune su cui conversare. Aspetto la sua iniziativa, ma non vedo i suoi occhi, forse già dorme. Il regalo di Rod, intanto, comincia a colare giù, perciò mi alzo per andare a lavarmi. Quando ritorno a letto mi chiede se può andare lui in bagno: ho paura che non ritorni ma dopo poco è di nuovo lì e mi si accoccola vicino, addormentandosi quasi subito. Io non credo che dormirò. Sento i primi uccelli che iniziano a cantare nel buio fuori; è la prima volta quest’anno. Mi viene un po’ da piangere, come sempre: è un appuntamento privato che ho con le albe che ti sorprendono a letto, senza essersi ancora addormentati; un ricordo dolcissimo e triste che da adesso, penso, si confonderà con quest’altro. Rod ha anche la sua stessa età di allora.

La colazione è più tranquilla di quanto mi aspettassi. I fratelli sono in piedi ma ancora mezzi addormentati, Rod è più sveglio, sfugge il mio sguardo, mi sembra. Subito dopo il suono della sveglia aveva voluto alzarsi per far svegliare gli altri due. Io devo aver dormito in tutto un quarto d’ora, ma non sono distrutto come temevo. Quando non dormo abbastanza mi alzo con lo stomaco sottosopra, come se l’apparato digerente si fosse attorcigliato dentro. Invece sto benissimo, sono solo un po’ in ansia perché non so come comportarmi. Comunque devo andare a lavorare, anche se ho già mandato un sms al mio collega dicendo che sarei arrivato con il treno dopo e di arrangiarsi fino alle 9 e mezza. Andiamo tutti in stazione. Nick adesso è più sveglio, canticchia, ride, cerca di coinvolgere Rod nel progetto di attaccare bottone con una ragazza che aspetta vicino. Rod mi guarda malizioso e si tira indietro, dice qualcosa in sloveno e i fratelli mi guardano entrambi ridendo. Arrossisco, non so nemmeno perché, qualsiasi cosa abbia detto non c’era scherno. Il mio treno è il primo che arriva. Roman mi stringe la mano, invece Nick mi abbraccia ripetendo ringraziamenti in varie lingue, gli altri si aggiungono. Ci siamo già scambiati i numeri e in effetti mi manderanno sms per tutta la vacanza. Anche Rod mi abbraccia e mi dà un breve bacio sulla guancia quasi sull’orecchio, un po’ di nascosto dagli altri ma nemmeno del tutto. Però così rapido che non riesco a ricambiare, poi il mio treno è già fermo. Auguro loro buona vacanza e si incamminano verso l’altro marciapiede mentre annunciano il treno per Verona.

Vacanza di angeli

In questa estate ormai finita ma che inspiegabilmente insiste ancora, sul mio noioso treno del mattino si incontrano ragazzi che sfruttano le ultime giornate calde per una tardiva vacanza. Quelli con lo zaino, stravaccati sui sedili perché hanno preferito viaggiare di notte, solitamente sono stranieri. Più rari, quasi mai reduci da viaggi notturni, coppie o terzetti di giovani italiani, notoriamente meno avventurosi e disposti ad affrontare le scomodità. Comunque li trovo tutti adorabili. Ieri l’altro, un inglese allungato su tre dei posti disponibili appoggiava la testa sulla spalla del suo amico, incastrandolo contro una trincea di bagagli. Il viso allungato, gli occhiali dalla montatura leggera, le labbra ben disegnate, si svegliava a ogni fermata riprendendo però subito il filo del sonno.

Questa mattina invece incrocio mentre scendo a Brescia tre sloveni che sul momento mi sembrano fratelli. Scherzano con una grazia e una armonia che mi impedisce di staccare loro gli occhi di dosso, come se intorno ai loro corpi vigorosi e asciutti, con i pantaloni che lasciano vedere l’elastico delle mutande, si aprisse un vuoto che attira l’attenzione di tutti. Forse non proprio di tutti, perché quando si fermano a consultare la guida che uno di loro tiene in mano e cercano attorno chi può dargli indicazioni notano solo me che li osservo. Con una conversazione in inglese incerto, integrato qui e là da parole italiane intradotte, arriviamo alla conclusione che non siamo a Verona, dove dovevano scendere. Lo sbaglio, dovuto al sonno, all’inizio li riempie solo di divertimento. Con spirito avventuroso mi chiedono cosa c’è da vedere invece qui. Siccome vogliono fare colazione, e anche io prenderei volentieri un caffé, ci sediamo a un tavolo grande del bar della stazione. Comincio a distinguerli: solo Nick e Roman sono fratelli, biondi, di quella bella mescolanza fra mediterraneo ed Europa dell’est che cresce lì. Rod invece è serbo, più basso, di pelo scuro, dei tre è il più riservato, compagno di classe alle superiori di Nick e appassionato d’arte medioevale che sta studiando all’Università. I fratelli stanno seguendo in pratica il viaggio d’istruzione di Rod, che, verrò a sapere poi, è figlio di un addetto all’ambasciata. La loro idea un po’ sventata è vedere tutta Italia risparmiando sui pernottamenti, cioè: dormendo in viaggio sui treni, per questo sono partiti da Venezia all’1.50 per svegliarsi secondo il programma a Verona, appunto. A soli due giorni dalla partenza però si sono resi conto di non aver tenuto conto di dettagli come la necessità di lavarsi meglio di quanto consentano le ritirate dei treni. L’abbigliamento curato – a ben vedere – e le loro espressioni non sono affatto da punkabbestia, hanno una tremenda nostalgia dell’acqua calda. Inoltre hanno riscontrato che l’Italia non è molto più a sud e mediterranea della loro terra, e a metà settembre, basta che piova, può esserci un freddo umido già invernale che ti entra nelle ossa, specialmente nella pianura padana.

Sono belli e sono simpatici, potevo non offrirmi di fargli fare un bagno caldo? Se va bene a loro, possono aspettarmi fino a quando sbrigo i miei impegni, per mezzogiorno gli propongo di ritrovarci lì, riprendere il treno per pochi chilomentri, e tra l’altro proprio in direzione Verona, scendere al mio paesello e pranzare a casa mia, dove soprattutto possono lavarsi. Il programma, dopo qualche protesta educata di Rod, li entusiasma. Su una piantina del centro di Brescia appena abbozzata di un volantino pubblicitario che c’è sul tavolo gli traccio il programma di visite culturali della mattinata: possono evitare la Pinacoteca citata dalla loro guida, del resto chiusa, e rinuncio pure a mandarli nel tempio della pittura bresciana, San Giovanni: tutto il meglio è cinquecentesco; il museo di Santa Giulia si paga, invece se fanno il corso possono godersi Santa Maria dei Miracoli, arrivando spediti nella bellissima piazza Loggia; un appassionato di Medioevo non può trascurare il Duomo vecchio, a pianta circolare. Volendo, dopo la vista del foro romano – basta quello che si vede dalla strada – possono salire al Castello, oppure girare le vie del centro e, tornando verso la stazione, approfittare della messa delle 11.30, unico momento in cui la chiesa dei SS. Nazaro e Celso è aperta, per vedere il cristo trionfante di Tiziano, sensuale e drammatico, che non possono non apprezzare.

Il loro modo di stare vicini e sempre uno addosso all’altro mi piace moltissimo, anche se non ci vedo niente che non sia l’esuberanza fisica dell’età. Quando ci ritroviamo all’ora stabilita estendono anche a me la loro confidenza, i due fratelli mi abbracciano e in effetti, sì, hanno bisogno di un bagno, ma per conto mio me ne starei sotto il braccio di Nick per tutta la giornata. Sono entusiasti delle cose che hanno visto e decidono che la loro guida, la quale di Brescia quasi non parlava, non è per niente affidabile. Mentre cucino riescono a farsi il desiderato bagno e poi, sono quasi le due, mangiamo insieme allegri come studenti delle superiori in gita. Il bello è che mi trattano come un coetaneo, anche se ne ho più del doppio, in realtà. Si capisce poi che sono molto ben educati. Si sono messi ad aspettare il loro turno per il bagno seduti in terra e hanno rifiutato di mettersi sul divano come gli proponevo, dicendo che lo avrebbero sporcato; gli zaini li hanno accatastati uno sopra l’altro, e non è che casa mia possa essere scambiata per un tempio della pulizia. Come dolce a fine pranzo hanno preteso di farmi assaggiare l’ultimo pezzo di una specie di pastiera croccante, piena di frutta secca e spezie che non ho riconosciuto, buonissima, capolavoro esotico della mamma di Rod. Dopo mangiato stiamo per un bel po’ a chiacchierare, loro scherzano sforzandosi di parlare in modo che io possa capire, perché a dargli la carica è lo spettacolo che non del tutto inconsapevolmente stanno facendo per me e di cui io apprezzo ogni dettaglio. I due fratelli sono uno più loquace dell’altro e letteralmente non stanno zitti un momento. Capiscono che mi sto divertendo e non si pongono domande, anche perché si divertono pure loro. Suona persino naturale che a un certo punto gli proponga una gita sul Lago di Garda, e poi di fermarsi a dormire per la notte. Provano a ribattere che non vogliono disturbare oltre, che sono stato fin troppo gentile, ma l’idea di una dormita vera toglie forza alle loro proteste. Pongono come condizione di poter preparare una cena slovena che salderà per sempre l’amicizia fra le nostre patrie, e io accetto pur temendo di non avere e di non trovare da nessuna parte gli ingredienti necessari. Invece al supermercato si muovono con sicurezza, ne hanno uno della stessa catena vicino a casa, e i fratelli sono addirittura abituati a cucinare per la loro famiglia dove i genitori lavorano entrambi e tornano tardi. Troveranno poi nella mia cucina pentole della forma giusta che ho ereditato da mia madre e non ho mai usato.

Il pomeriggio sul lago è stato bello, i ragazzi hanno trovato tutto entusiasmante, perché questo momento dorato della loro vita lo vivrebbero così ovunque, e io li invidio tantissimo, non essendo mai stato come loro. A Sirmione si sono ricordati della Callas e io gli ho tradotto la celebre battuta di Onassis detta al primo marito della cantante, quando venne a prenderne gli effetti personali: “e tu tenevi Maria in questa… pozzanghera?”. Disapprovano ma ridono. La preparazione della cena si è protratta oltre ogni limite, all’una avevamo appena finito di mangiare ma stanchi della giornata, e loro anzi stanchi delle tre giornate precedenti, sbadigliavamo tutti. Al momento di decidere i posti letto si apre una questione. Uno deve stare per terra, su un materasso che ho recuperato dalla cantina di mia sorella. Purtroppo, nonostante fosse protetto da una busta di plastica, gli è colato qualcosa come della benzina sopra, me ne accorgo solo adesso, e francamente non si può chiedere a nessuno di dormirci sopra. I fratelli propongono di condividere il divano letto a due piazze, che però è un po’ stretto già per due. Rod taglia corto dicendo che con una coperta sotto dormirà senz’altro sul tappeto dello studio. Ma non ci sono abbastanza coperte e i fratelli sono spaventati all’idea di un’altra notte scomoda e fredda come quella scorsa, i cui sono riusciti ad addormentarsi solo indossando praticamente tutto quello che hanno nel loro risicato bagaglio, con più libri che maglioni. Siccome mi sembra assodato che i fratelli vogliono dormire insieme, propongo a Rod la piazza libera del mio letto matrimoniale. Sono i fratelli a dire subito sì, sì, e Rod un po’ si schermisce, gli sembra veramente troppo in quanto a invadenza, mi pare aggiunga. Roman gli dà una spinta bonaria che me lo manda quasi addosso. E’ deciso comunque.
(segue?)