Se Tolstoj ha ragione, negare il matrimonio gay significa negarci la vita

Ma io non so se Tolstoj ha ragione davvero. Che dice sul matrimonio? Che è la vita. Anna Karenina, prima di essere il romanzo dell’infedeltà, è uno studio che contrappone due matrimoni, quello di Anna con Karenin, completo di amante, e quello di Levine con Kitty, invece riuscito. C’è già tutto nel famosissimo incipit: le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo. Che è come dire: c’è più o meno un solo modo per essere felici nel matrimonio, quello dei Levine, mentre ce ne sono innumerevoli per non esserlo. La storia di Anna illustra due dei modi principali per essere infelici. Il primo è ignorare e frustrare le esigenze di un membro della coppia, che può non essere ben assortita, non è quello il problema: due persone intelligenti un terreno comune lo trovano sempre. L’altro è pretendere che la relazione sia una fusione totale, fatta solo di giorni di festa e mai di feriali. E’ per questo che Anna si butta sotto un treno, non perché Vronskij non la ama più, ma perché il rapporto con lui si avvia a essere una cosa fra le tante. Da passione totalizzante che li ha sconvolti e lacerati, buttati nel fango, sta per diventare un trastullo d’animali, un gioco di società. Anna ha gettato tutto ciò che possedeva nel fuoco della sua passione e ora non accetta di smettere di bruciare. Ma ogni fuoco si consuma. “Che ingenua”, pensa Tolstoj, ma anche: “povera!”, in una società bigotta, che una relazione alla luce del sole con Vronskij non l’avrebbe permessa, cos’altro poteva fare, visto che il fuoco si stava inesorabilmente spegnendo? Inoltre fornisce ad Anna una grossa attenuante: gli sbagli che fa sono conseguenze del fallimento del matrimonio con Karenin, insuccesso generato dai motivi più comuni di rovinarne uno.

Era meglio la passione tutt’altro che fiammeggiante di Kitty e Levine, si risponde Tolstoj, la sua relazione cioè con Sofia Bers. Il loro compromesso, il patto che essi (soprattutto Levine/Tolstoj) riescono a stabilire con le piccolezze della vita e delle nostre anime. Non è un compromesso disonorevole. E non è nemmeno, assolutamente, un elogio del compromesso in sé. Gli altri matrimoni compromissori presenti nel romanzo (tutti gli altri) stanno a mostrarlo: non portano alla morte, ma all’infelicità comunque sì.

Che minchia c’entreranno le rivendicazioni gay con Anna Karenina? Tolstoj pensa che il matrimonio sia il quadro irrinunciabile per un patto come quello che, non del tutto consapevolmente, fanno i Levine. Cioè tutto il contorno di accettazione sociale, di convenzioni, di “normalità” che puntella una relazione fra uomo donna. Stesso identico puntello che regge una relazione fra uomo e uomo oppure donna e donna, dove c’è una minima visibilità e accettazione nella propria cerchia sociale. La relazione pura, la passione fra due animi sensibili e due persone di prim’ordine come Anna e Vronskij, finisce male. Non perché ci sia una colpa nel loro rapporto, qualcosa, un disordine che essi debbano scontare. Oppure sì, anche, non so se Tolstoj fosse così indipendente dai pregiudizi del suo tempo, la sventura di Anna vuole forse fra le altre cose borghesemente punire il tradimento. Ma il peggior colpevole del romanzo è, con ogni evidenza, Karenin. Il quale si merita tutto quello che gli succede, dalle corna alle truffe delle fattucchiere. La sorte di Anna è analizzata invece con impietosita premura. E’ quanto succede a chi non può dare una cornice sociale accettabile alla propria relazione e perciò non riesce a patteggiare con la vita. E’ l’esilio dal matrimonio che costringe Anna e Vronskij a essere perpetuamente amanti, a bruciare nel fuoco di una passione invece di scaldarsi le mani al tepore di un caminetto familiare. Se ha una colpa, Anna, è quella di non cercare con maggior convinzione di ottenere il divorzio da Karenin, avendo in mente – per sé e Vronskij – ben altro che un matrimonio convenzionale. Illusa: una comunione di anime e corpi può durare quando va bene qualche mese, non una vita. Poi forse ci sono le eccezioni, bo’, io non ne conosco, ma comunque sono appunto eccezioni.

Dal Vaticano si vuole impedirci non tanto l’amore, come qualche eccesso retorico scrive sui cartelli e le magliette del Pride, mentre quel congresso di vecchi cinici non si ricorda nemmeno cos’è. E neanche di scopare, tanto poi c’è il pentimento. Ma proprio di metter su tiepidi e borghesissimi matrimoni. Il Papa, forse sapendo ciò che fa, ci costringe a pretendere dalle nostre relazioni prove d’amore che le coppie di lungo corso felici hanno lasciato serenamente dietro di sé da decenni. Ma così ci kareninizza e quindi ci spinge sotto i treni, ecco. Lo dice Tolstoj, non lo dico io.

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Ma, Vautrin è gay?

Mentre mi avevano chiuso il blog, ho usato un po’ lo scaffale di Anobii per continuare a scrivere qualcosa in pubblico. La cosa di cui sono più soddisfatto è questo lungo concione su un personaggio di Balzac, Vautrin (no, anche un altro sermone su Anna Karenina ma quello lo riciclo un’altra volta) . Il mio rapporto con Balzac (e Vautrin) dura da parecchio tempo. La prima lettura di un suo libro, Papà Goriot, risale però solo (che ignorante!) alla primavera del 2010 ed è proseguita in estate con le Illusioni perdute e poi di seguito Splendori e miserie delle cortigiane, che è appunto la prosecuzione delle Illusioni. Ma l’intenzione di leggere appunto Papà Goriot è nei miei progetti di lettura fin da quando avevo 19 anni e ho acquistato un po’ di nascosto Leggere omosessuale di Giovanni Dall’Orto, libro rimasto a lungo nella mia libreria con il dorso rivolto verso il muro, per nascondere la parola compromettente che non volevo venisse letta dai miei genitori. Se lo riapro oggi trovo che tutti i titoli su cui avevo messo durante la lettura un segno di interesse (una “x”, e nei casi più urgenti una freccia sul margine), con una coerenza quasi spettrale, li ho poi effettivamente letti, mancava giusto Balzac. Sarà che, come altri commenti di Dall’Orto, quel suo secco “Il personaggio di Vautrin è omosessuale”, a giustificazione dell’inserimento in una bibliografia dei romanzi lesbici e gay, non mi convinceva del tutto. Poteva esistere in un libro così famoso della prima metà dell’Ottocento un personaggio omosessuale?

Non starò a discutere i commenti di Giovanni Dall’Orto, a cui debbo – per avere pubblicato quella bibliografia, e parecchie altre cose da lui scritte, anche di recente sul suo sito – una incondizionata gratitudine. Ma, Vautrin, il re dei ladri, il supertruffatore che ritorna qui con il travestimento di padre Herrera, è davvero omosessuale? Dopo la lettura dei principali romanzi in cui questo personaggio compare, la mia risposta è articolata. Certo è molto attratto da giovani uomini belli, e per niente dalle donne, ma la relazione che stabilisce con loro non lascia mai affiorare esplicitamente un elemento erotico. Il suo apprezzamento per la bellezza fisica dei suoi protetti, che è insistito, dettagliato, è però anche sempre tecnico, professionale. Sembra solo inteso a stabilire quante ricche ereditiere quell’avvenenza è in grado di circuire. Se qualcosa come un sapore sessuale si riesce a percepire nei rapporti fra Vautrin e i suoi giovani protetti, si trova appunto solo in Papà Goriot, nel tentativo di trascinare Rastignac in una complicità criminale. In quelle scene avviene qualcosa di fisico: i due personaggi si fronteggiano, la forza virile matura di Vautrin viene a contatto per un momento con il vigore giovanile di Eugène che non lo respinge, subito, ne sente la forza, l’odore di maschio, e sta per cedere a un rapporto che – si avverte chiaramente, ma sempre in modo implicito – non sarebbe soltanto di complicità in un delitto. L’eredità di m.lle Taillefer non è la sola cosa che Vautrin vuole da Rastignac. In Papà Goriot, anzi, la complicità sembra uno strumento per stringere un legame più profondo con il ragazzo. Con Rubemprè non ci si avvicinerà mai più così chiaramente a una relazione sessuale. La bellezza di Lucien è il mezzo per ottenergli il matrimonio giusto, attraverso il quale Vautrin accederebbe alla posizione a cui aspira, dalla quale continuerebbe a proteggerlo come un figlio, come un buon investimento. Niente di più. Forse anche perché è passato qualche anno. La forza di Vautrin è intatta, ma non il suo appeal fisico che in Papà Goriot aveva conquistato e ovviamente un po’ turbato tutte le signore della pensione Vaquer. Nel prete Herrera che raccoglie Lucien al margine del suo tentativo di suicidio alla fine delle Illusioni, l’attrattiva sessuale sembra del tutto scomparsa (se ne descrive anzi, mi pare di ricordare, la grande bruttezza). Con Rastignac avrebbe potuto essere un legame di coppia, con Rubemprè si tratterà di un intenso rapporto filiale, privo o quasi di sfumature sensuali. Rispetto al Vautrin di Papà Goriot Herrera sembra del tutto appagato, anche fisicamente, dalla sola prospettiva della scalata sociale.

Penso di avere esplorato tutte le opere dove compare Vautrin, questo incredibile personaggio, monarca di una specie di regno segreto dei ladri, talmente abile in tutto da trascendere, unico fra tutti i personaggi di Balzac, i limiti della sua classe. Limiti ai quali ogni altro abitante della Commedia è al contrario imbullonato in modo inesorabile e che, forse, sono il vero soggetto di questo scrittore molto amato da Marx. Vautrin sembra poter davvero sperare di raggiungere il vertice della società, ingannandone le leggi e servendosi dei giovani uomini di cui diventa guida e protettore. Tentativo grandioso, disperato, nel quale Balzac ha probabilmente cifrato il proprio di scrittore che ha cercato, con la forza della letteratura, di imporsi negli ambienti da cui il suo censo lo escludeva (profetizzando così il fallimento nel quale, almeno in vita, quel tentativo è finito).

Ma, tornando alla domanda che ci stiamo facendo, le tracce per una risposta schiettamente positiva non mancano. Oltre al tentativo di seduzione fatto verso Rastignac e al rapporto comunque ambiguo con la bellezza di Rubemprè, vanno registrati anche la relazione stretta con un giovane e bellissimo ladruncolo corso (ricordato in Splendori, alla fine) e la vicenda che coinvolge una copia di Rubemprè, nella quale non so bene a quale età di Vautrin questi si sarebbe imbarcato, raccontata nel dramma teatrale che porta il suo nome. Mi resta tuttavia un senso di insoddisfazione. L’omosessualità di Vautrin è comunque solo un ingrediente del saporito intruglio di cui è composto questo personaggio portentoso. E’ una delle armi nascoste nell’arsenale da cui estrae le risorse più inaspettate. Guardandolo dritto negli occhi, forse, avendone il coraggio, potremmo intravederla fra le sue molte e ben celate motivazioni. Ma noi tutti, forse lo stesso Balzac, siamo troppo inferiori a Vautrin per pretendere di indagarle.