A un cerbiatto, somiglia nei selfie

Mi spiace metterlo in imbarazzo, cosa che avviene regolarmente quando lo guardo negli occhi. Ma davvero non riesco a fingere indifferenza quando lo incontro, lui e i suoi vent’anni giunti a completa maturazione, la fronte larga che rischiara il sorriso pur facendo già presagire un adulto calvo in attesa, gli occhi scuri, limpidi, le labbra morbide e leggermente preoccupate, i baffetti radi. Più una peluria leggera, in verità, che lui porta per correggere dei tratti un po’ infantili, ma gli stanno molto, molto bene.

Persino a riposo il suo volto lascia trasparire un leggero allarme. Lo si vorrebbe rassicurare. Però si indovina che molto difficilmente ti confesserà la sua preoccupazione. Ammesso che ne sia al corrente: la sua paura infatti è un sentimento vago, non solo personale, piuttosto qualcosa a cui partecipa senza portarne alcuna diretta responsabilità, come poteva essere la speranza per le generazioni di ragazzi che l’hanno preceduto. Sa che non lo aspetta, in generale, niente di buono, anche se magari lui, per il rotto della cuffia, potrebbe cavarsela. Non è disperato, piuttosto genericamente sfiduciato, come i suoi coetanei. Perciò il conforto che si vorrebbe dargli ha un sapore collettivo. Si estende alla sua generazione, a tutti questi nostri figli per i quali non siamo riusciti a preparare non dico un futuro migliore, ma nemmeno un futuro qualsiasi.

La sua bellezza non è estranea a questa fragilità, a questa deprivazione di futuro che si proietta sul presente, sull’espressione rammaricata nella quale si legge come il dubbio di star rivelando qualcosa di troppo intimo su di sé, che poi gli creerà problemi aver lasciato trapelare. Un eccesso di franchezza lasciato sul curriculum in formato europeo. Troppo loquaci sono, del resto, quasi tutte le foto di questi ragazzi. Quando ne ottieni l’amicizia su un social è come se ti firmassero una completa confessione. Basta una dozzina di foto ben distribuite negli ultimi tre o quattro anni, qualche like. Non c’è nemmeno bisogno di leggere gli stati passati. Questi ragazzi vivono completamente esposti alle immagini ed esse li ricambiano con una completa indiscrezione. Nessuna generazione era mai stata così esposta al pettegolezzo incessante delle immagini, nessuna aveva dovuto fare personal branding, prima, e infatti lo fanno piuttosto male, ingenuamente, con una fiducia nella comprensione altrui che fa perdonare senz’altro la spavalderia di certe smorfie negli autoscatti.

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Se Tolstoj ha ragione, negare il matrimonio gay significa negarci la vita

Ma io non so se Tolstoj ha ragione davvero. Che dice sul matrimonio? Che è la vita. Anna Karenina, prima di essere il romanzo dell’infedeltà, è uno studio che contrappone due matrimoni, quello di Anna con Karenin, completo di amante, e quello di Levine con Kitty, invece riuscito. C’è già tutto nel famosissimo incipit: le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo. Che è come dire: c’è più o meno un solo modo per essere felici nel matrimonio, quello dei Levine, mentre ce ne sono innumerevoli per non esserlo. La storia di Anna illustra due dei modi principali per essere infelici. Il primo è ignorare e frustrare le esigenze di un membro della coppia, che può non essere ben assortita, non è quello il problema: due persone intelligenti un terreno comune lo trovano sempre. L’altro è pretendere che la relazione sia una fusione totale, fatta solo di giorni di festa e mai di feriali. E’ per questo che Anna si butta sotto un treno, non perché Vronskij non la ama più, ma perché il rapporto con lui si avvia a essere una cosa fra le tante. Da passione totalizzante che li ha sconvolti e lacerati, buttati nel fango, sta per diventare un trastullo d’animali, un gioco di società. Anna ha gettato tutto ciò che possedeva nel fuoco della sua passione e ora non accetta di smettere di bruciare. Ma ogni fuoco si consuma. “Che ingenua”, pensa Tolstoj, ma anche: “povera!”, in una società bigotta, che una relazione alla luce del sole con Vronskij non l’avrebbe permessa, cos’altro poteva fare, visto che il fuoco si stava inesorabilmente spegnendo? Inoltre fornisce ad Anna una grossa attenuante: gli sbagli che fa sono conseguenze del fallimento del matrimonio con Karenin, insuccesso generato dai motivi più comuni di rovinarne uno.

Era meglio la passione tutt’altro che fiammeggiante di Kitty e Levine, si risponde Tolstoj, la sua relazione cioè con Sofia Bers. Il loro compromesso, il patto che essi (soprattutto Levine/Tolstoj) riescono a stabilire con le piccolezze della vita e delle nostre anime. Non è un compromesso disonorevole. E non è nemmeno, assolutamente, un elogio del compromesso in sé. Gli altri matrimoni compromissori presenti nel romanzo (tutti gli altri) stanno a mostrarlo: non portano alla morte, ma all’infelicità comunque sì.

Che minchia c’entreranno le rivendicazioni gay con Anna Karenina? Tolstoj pensa che il matrimonio sia il quadro irrinunciabile per un patto come quello che, non del tutto consapevolmente, fanno i Levine. Cioè tutto il contorno di accettazione sociale, di convenzioni, di “normalità” che puntella una relazione fra uomo donna. Stesso identico puntello che regge una relazione fra uomo e uomo oppure donna e donna, dove c’è una minima visibilità e accettazione nella propria cerchia sociale. La relazione pura, la passione fra due animi sensibili e due persone di prim’ordine come Anna e Vronskij, finisce male. Non perché ci sia una colpa nel loro rapporto, qualcosa, un disordine che essi debbano scontare. Oppure sì, anche, non so se Tolstoj fosse così indipendente dai pregiudizi del suo tempo, la sventura di Anna vuole forse fra le altre cose borghesemente punire il tradimento. Ma il peggior colpevole del romanzo è, con ogni evidenza, Karenin. Il quale si merita tutto quello che gli succede, dalle corna alle truffe delle fattucchiere. La sorte di Anna è analizzata invece con impietosita premura. E’ quanto succede a chi non può dare una cornice sociale accettabile alla propria relazione e perciò non riesce a patteggiare con la vita. E’ l’esilio dal matrimonio che costringe Anna e Vronskij a essere perpetuamente amanti, a bruciare nel fuoco di una passione invece di scaldarsi le mani al tepore di un caminetto familiare. Se ha una colpa, Anna, è quella di non cercare con maggior convinzione di ottenere il divorzio da Karenin, avendo in mente – per sé e Vronskij – ben altro che un matrimonio convenzionale. Illusa: una comunione di anime e corpi può durare quando va bene qualche mese, non una vita. Poi forse ci sono le eccezioni, bo’, io non ne conosco, ma comunque sono appunto eccezioni.

Dal Vaticano si vuole impedirci non tanto l’amore, come qualche eccesso retorico scrive sui cartelli e le magliette del Pride, mentre quel congresso di vecchi cinici non si ricorda nemmeno cos’è. E neanche di scopare, tanto poi c’è il pentimento. Ma proprio di metter su tiepidi e borghesissimi matrimoni. Il Papa, forse sapendo ciò che fa, ci costringe a pretendere dalle nostre relazioni prove d’amore che le coppie di lungo corso felici hanno lasciato serenamente dietro di sé da decenni. Ma così ci kareninizza e quindi ci spinge sotto i treni, ecco. Lo dice Tolstoj, non lo dico io.

Le facce dei Foster the people

foster01Che sono poi identiche a quelle dei miei studenti nati negli anni 90, rimbalzate dai profili Facebook dei loro amici, condivise negli Instagram e nei Tumblr in giro per il mondo. Niente di eccezionale, mi direte voi. Ma fa parte del loro fascino: questi ragazzi li incontri sull’autobus, per strada, in università, fanno tenerezza proprio per questo riconoscibile e comune smarrimento, l’aria di scusarsi: “mi hanno detto di venire qui”, la stessa illusione che trasgredire sia smemorarsi in una sostanza o pensare insistentemente al suicidio, come tutti i ventenni da Werther in poi. Mi permetto di ascoltare con un solo orecchio la loro musica, mediocre. Dubito che con maggiore attenzione apprenderei qualcosa di più che guardando le loro facce nei video, la parte insieme più sincera e sofisticata del loro lavoro. Quale lavoro? Lo stesso delle boy band, solo su un gradino musicale più alto, giusto per non far sentire quelli come me troppo in imbarazzo mentre facciamo i guardoni. Ovvero: produrre una immagine perfettamente consumabile della loro gioventù.

Da alcuni decenni mi pare che siamo tutti diventati dei voraci consumatori di giovinezza. Che è sempre piaciuta, ovvio, ma da un po’ sembra non tollerare niente accanto a sé. La vogliamo vedere ovunque, quasi ossessivamente, e l’industria dell’intrattenimento ci accontenta. In cambio non chiediamo a questa gioventù quasi niente. Né di essere ribelle, né di indicarci il futuro, la speranza, come forse avveniva in passato. Le chiediamo solo di esibire la propria bellezza. E nemmeno di mostrare una particolare avvenenza, come era quella provocante di Brigitte Bardot o quella corrucciata di James Dean, sensuale la prima e densa di significati la seconda. Le boy band di oggi sono composte tutte, già a partire dai Take that, da ragazzi di una bellezza normalissima, posseduta in egual grado da tutti i loro coetanei, o quasi. La bellezza dell’asino, si dice infatti traducendo una espressione francese (beaute de l’ane) che forse storpia un più trasparente bellezza dell’età (de l’age), ma così le presta uno stordimento, un’opacità stupida, un’inerzia cocciuta e animale. Non sto lamentando qualcosa come una scomparsa della bellezza, ce n’è parecchia invece, lo si nota quando la predetta età dell’asino passa, in splendidi quarantenni come, che so?, Jude Law (mentre non saprei cosa prevedere che sarà per i Foster). Dev’essere una questione di quantità: ne serve tanta che persino la grande industria fatica a soddisfare la richiesta.

I Foster the people, come le boy band per le altre fasce di pubblico, per esempio gli One direction, sembrano privi di alcun rilevabile scopo che non sia quello, quasi da giardino zoologico, di esibire la propria biologica bellezza. Gattini a cui non si chiede nient’altro che intenerimento. Forse è qualcosa come un grado zero di bellezza, la meno impegnativa, la meno esposta a significati perturbanti. Una superficie liscia sulla quale imprimere gli unici segni legittimi: la pettinatura alla moda e un look cool. Come se i tecnici della bellezza (pubblicitari, parrucchieri, truccatori, stilisti, chirurghi estetici, dentisti) fossero riusciti a imporre un tipo di spettacolo dove sulla ribalta c’è poco più del loro lavoro. Suona piuttosto familiare, no?

Ma, Vautrin è gay?

Mentre mi avevano chiuso il blog, ho usato un po’ lo scaffale di Anobii per continuare a scrivere qualcosa in pubblico. La cosa di cui sono più soddisfatto è questo lungo concione su un personaggio di Balzac, Vautrin (no, anche un altro sermone su Anna Karenina ma quello lo riciclo un’altra volta) . Il mio rapporto con Balzac (e Vautrin) dura da parecchio tempo. La prima lettura di un suo libro, Papà Goriot, risale però solo (che ignorante!) alla primavera del 2010 ed è proseguita in estate con le Illusioni perdute e poi di seguito Splendori e miserie delle cortigiane, che è appunto la prosecuzione delle Illusioni. Ma l’intenzione di leggere appunto Papà Goriot è nei miei progetti di lettura fin da quando avevo 19 anni e ho acquistato un po’ di nascosto Leggere omosessuale di Giovanni Dall’Orto, libro rimasto a lungo nella mia libreria con il dorso rivolto verso il muro, per nascondere la parola compromettente che non volevo venisse letta dai miei genitori. Se lo riapro oggi trovo che tutti i titoli su cui avevo messo durante la lettura un segno di interesse (una “x”, e nei casi più urgenti una freccia sul margine), con una coerenza quasi spettrale, li ho poi effettivamente letti, mancava giusto Balzac. Sarà che, come altri commenti di Dall’Orto, quel suo secco “Il personaggio di Vautrin è omosessuale”, a giustificazione dell’inserimento in una bibliografia dei romanzi lesbici e gay, non mi convinceva del tutto. Poteva esistere in un libro così famoso della prima metà dell’Ottocento un personaggio omosessuale?

Non starò a discutere i commenti di Giovanni Dall’Orto, a cui debbo – per avere pubblicato quella bibliografia, e parecchie altre cose da lui scritte, anche di recente sul suo sito – una incondizionata gratitudine. Ma, Vautrin, il re dei ladri, il supertruffatore che ritorna qui con il travestimento di padre Herrera, è davvero omosessuale? Dopo la lettura dei principali romanzi in cui questo personaggio compare, la mia risposta è articolata. Certo è molto attratto da giovani uomini belli, e per niente dalle donne, ma la relazione che stabilisce con loro non lascia mai affiorare esplicitamente un elemento erotico. Il suo apprezzamento per la bellezza fisica dei suoi protetti, che è insistito, dettagliato, è però anche sempre tecnico, professionale. Sembra solo inteso a stabilire quante ricche ereditiere quell’avvenenza è in grado di circuire. Se qualcosa come un sapore sessuale si riesce a percepire nei rapporti fra Vautrin e i suoi giovani protetti, si trova appunto solo in Papà Goriot, nel tentativo di trascinare Rastignac in una complicità criminale. In quelle scene avviene qualcosa di fisico: i due personaggi si fronteggiano, la forza virile matura di Vautrin viene a contatto per un momento con il vigore giovanile di Eugène che non lo respinge, subito, ne sente la forza, l’odore di maschio, e sta per cedere a un rapporto che – si avverte chiaramente, ma sempre in modo implicito – non sarebbe soltanto di complicità in un delitto. L’eredità di m.lle Taillefer non è la sola cosa che Vautrin vuole da Rastignac. In Papà Goriot, anzi, la complicità sembra uno strumento per stringere un legame più profondo con il ragazzo. Con Rubemprè non ci si avvicinerà mai più così chiaramente a una relazione sessuale. La bellezza di Lucien è il mezzo per ottenergli il matrimonio giusto, attraverso il quale Vautrin accederebbe alla posizione a cui aspira, dalla quale continuerebbe a proteggerlo come un figlio, come un buon investimento. Niente di più. Forse anche perché è passato qualche anno. La forza di Vautrin è intatta, ma non il suo appeal fisico che in Papà Goriot aveva conquistato e ovviamente un po’ turbato tutte le signore della pensione Vaquer. Nel prete Herrera che raccoglie Lucien al margine del suo tentativo di suicidio alla fine delle Illusioni, l’attrattiva sessuale sembra del tutto scomparsa (se ne descrive anzi, mi pare di ricordare, la grande bruttezza). Con Rastignac avrebbe potuto essere un legame di coppia, con Rubemprè si tratterà di un intenso rapporto filiale, privo o quasi di sfumature sensuali. Rispetto al Vautrin di Papà Goriot Herrera sembra del tutto appagato, anche fisicamente, dalla sola prospettiva della scalata sociale.

Penso di avere esplorato tutte le opere dove compare Vautrin, questo incredibile personaggio, monarca di una specie di regno segreto dei ladri, talmente abile in tutto da trascendere, unico fra tutti i personaggi di Balzac, i limiti della sua classe. Limiti ai quali ogni altro abitante della Commedia è al contrario imbullonato in modo inesorabile e che, forse, sono il vero soggetto di questo scrittore molto amato da Marx. Vautrin sembra poter davvero sperare di raggiungere il vertice della società, ingannandone le leggi e servendosi dei giovani uomini di cui diventa guida e protettore. Tentativo grandioso, disperato, nel quale Balzac ha probabilmente cifrato il proprio di scrittore che ha cercato, con la forza della letteratura, di imporsi negli ambienti da cui il suo censo lo escludeva (profetizzando così il fallimento nel quale, almeno in vita, quel tentativo è finito).

Ma, tornando alla domanda che ci stiamo facendo, le tracce per una risposta schiettamente positiva non mancano. Oltre al tentativo di seduzione fatto verso Rastignac e al rapporto comunque ambiguo con la bellezza di Rubemprè, vanno registrati anche la relazione stretta con un giovane e bellissimo ladruncolo corso (ricordato in Splendori, alla fine) e la vicenda che coinvolge una copia di Rubemprè, nella quale non so bene a quale età di Vautrin questi si sarebbe imbarcato, raccontata nel dramma teatrale che porta il suo nome. Mi resta tuttavia un senso di insoddisfazione. L’omosessualità di Vautrin è comunque solo un ingrediente del saporito intruglio di cui è composto questo personaggio portentoso. E’ una delle armi nascoste nell’arsenale da cui estrae le risorse più inaspettate. Guardandolo dritto negli occhi, forse, avendone il coraggio, potremmo intravederla fra le sue molte e ben celate motivazioni. Ma noi tutti, forse lo stesso Balzac, siamo troppo inferiori a Vautrin per pretendere di indagarle.

Esercizi di ammirazione

Me ne sono accorto da un pezzo, ma non volevo ammetterlo. La quantità di bei ragazzi che vedo per strada dipende dal mio umore. Anzi, al mattino appena uscito, mi accorgo di una giornata storta dal fatto che ci sono in giro solo ragazzi brutti prima ancora di notare un certo nervosismo, o di prendere atto della cupezza del mio sguardo riflesso in una vetrina.

Altre mattine mi dico che tanta bellezza non può essere solo un prodotto del mio umore, è stata la Fortuna, proprio lei, magari con la collaborazione di Eros, certo non solo l’aver messo giù il piede giusto dal letto, che mi ha fatto finire sulla traiettoria di quella barbetta chiara su guance morbide, o dell’espressione furba di quell’altro, del quale ho potuto apprezzare, grazie ai pantaloni a vita veramente bassa, anche la fessura delle natiche. Però la strada è sempre la stessa, l’orario più o meno anche. La concentrazione di bei figlioli in certi giorni e non in altri è un fenomeno statistico perlomeno curioso.

C’è una terza possibilità, più letteraria, quindi parte un po’ svantaggiata ai miei occhi nutriti di talmente tanta letteratura da essere diventati scettici. In questa versione il buon umore mi renderebbe solo più attento, più capace di cogliere la bellezza che mi circonda, perché la bellezza medesima non è una cosa, ma una relazione fra le cose. Un esercizio dell’attenzione e della confidenza, qualcosa di molto rispettabile insomma. Non montiamoci la testa però.

Principe Stefano

Non ricordo più se è stato indifferente il primo sguardo che gli ho posato addosso. Da quando mi sono accorto di lui, mi sembra di una bellezza sbalorditiva, forse appena atipica, ma provo già un sentimento di pietà per chi non riesce a coglierla (ad esempio proprio F., che però ha dovuto accontentarsi delle foto su Fb che gli ho fatto vedere). Porta un bel naso forte, che domina e perciò rende del tutto particolare la sua faccia. Come non apprezzare il contrasto fra la decisione di quello e la dolcezza di tutto il resto?, la piega malinconica degli occhi, la bocca dalle labbra sottili e lo stesso sincere. Del bravo ragazzo ha tutto: la serietà e la costanza nello studio universitario, l’aria ingenua, la buona educazione, la compostezza persino delle smorfie esposte nelle solite foto che condivide con i coetanei.

E’ un atleta, corre veloce e vince tutte le gare a cui partecipa. Spigoloso e quasi sgraziato da fermo, si trasforma in corsa. La sua è una grazia dinamica: pura energia versata in uno stampo adolescente di un metro e novanta. Avevo già scambiato qualche parola con lui, quasi vergognandomi della sofferenza che gli procuravo stringendolo, involontariamente, all’angolo fra la timidezza e l’imbarazzo. Perché se pure trova qualcosa di gradevole nel constatare l’attenzione di un adulto verso di lui, riesce a non farlo trapelare affatto. Perciò è adorabile, ma ancora di più lo è stato oggi mentre lo interrogavo sulla gara di domenica. La sua bella fidanzatina griffata (mentre lui ovviamente non lo è) deve essersi innamorata in una occasione così. Gli ha chiesto qualcosa su una corsa recente e lo ha visto illuminarsi, farsi quasi disinvolto nel riassumere la polemica del giorno sulle vittorie troppo numerose della squadra cittadina, mostrare una struggente lealtà verso i compagni e l’allenatore; da ranocchio con le orecchie a sventola, diventare bello oltre ogni dire.

Vacanza di angeli (la conclusione)

(Prosegue da quest’altro post)

Con Rod solo nel letto il dialogo non prosegue facilmente. Di là sentiamo i fratelli che parlottano. Rod considera evidentemente il colmo della scortesia mettersi subito a dormire, come invece, penso, avrebbe voglia di fare. Si è tolto i vestiti con un po’ di imbarazzo poggiandoli ripiegati sulla poltroncina dove io invece di solito li butto senza neanche guardare. Ha il fisico più solido e compatto dei magrissimi fratelli, è molto peloso sulle gambe come già si intuiva dal collo della camicia da vestito. Mi intenerisce notare che tiene la maglietta nera infilata nelle mutande a slip, bianche, che oltretutto non sono firmate per essere viste come quelle invece degli altri. Rod è stato molto in silenzio nel pomeriggio, sempre sorridendo e partecipando, ma quasi mai aggiungendo sue battute a quelle di Roman e Nick. Ho osservato le belle geometrie fra loro; il gruppo è evidentemente 2+1, ma il centro è lui. A Rod si rivolgono sempre per la parola definitiva, è il più assennato. E’ anche il più restìo ai contatti fisici, ma viene sempre ciancicato e abbracciato da Nick, che quindi, credo, sa di non dargli fastidio. Ma io non sono Nick, né Roman e anche se il mio desiderio di toccarlo non è poi molto diverso da quello dei suoi amici, perché in questa giornata sono riuscito a ricacciare talmente lontano ogni cosciente impulso sessuale da trasformarmi quasi in un etero, non intendo sfiorarlo nemmeno con un dito. Mi sembrerebbe tra l’altro di fare una cosa molto disdicevole, come arrampicarsi sul tavolo per prendere la briciola che non è caduta. “You’re tired”, dico, e poi “dormiamo”, perché non mi viene in mente come dirlo in inglese, ma faccio il gesto universale del cuscino con le mani giunte sotto la guancia e spengo la luce.

Sento la sua presenza vicina come un vuoto alla bocca del mio stomaco, lo so che cosa significa: altro che eterosessuale. Ma resto immobile, sono rassegnato al fatto che non dormirò questa notte, e anzi non voglio proprio farlo, per paura di russare. Me ne starò qui, penso, grato di avere questo ragazzo bello come il sole accanto, che profuma di sapone e ha un respiro leggero, rassicurante, paterno. Ma dopo qualche minuto in cui mi sembrava di sentirlo già respirare più forte, come se si fosse addormentato, la mano di Rod si avvicina al mio braccio e tocca la mia mano sotto le coperte. Sono così sorpreso che non reagisco, la sua mano si stringe nella mia, allora mi giro su un fianco e mi avvicino. Rod però resta fermo, come se avesse voluto appunto solo che mi avvicinassi, sentire il calore di un corpo umano. Farei fatica anche in italiano a parlagli, in inglese non ci provo nemmeno. Ora siamo in contatto con tutto il corpo ma non oso muovermi e nemmeno lui lo fa. So che non ci crederà nessuno, ma se mi sono deciso dopo un tempo imponderabile per me a toccargli il cazzo è stato solo perché mi sembrava indecente fare quello che si ritrova un ragazzo di vent’anni nel letto, bello e atletico, e si fa pregare. Ma Rod non collabora. Non mi respinge, ma nemmeno si muove. Ha un’erezione, e in quel momento non mi sembra neanche un chiaro indizio: ce l’hanno sempre il cazzo duro a quell’età. Glielo prenderei volentieri in bocca, ma Rod intuisce il mio pensiero (chissà come ha fatto?) e mi dissuade con un mormorio. Tiene la mia mano sul suo cazzo e la muove appena su e giù. Questa sega, penso, resterà lo stesso uno dei rapporti sessuali più completi e soddisfacenti della mia vita. Non per la sua partecipazione, certo: rimane fermo, solo ansima e dopo un po’ si gira appena verso di me, poco prima di venirmi addosso con uno schizzo abbondante, quasi torrenziale: sento il liquido vibrare mentre viene spinto fuori, come da un rubinetto. “Excuse me”, dice piano, o almeno mi sembra. Ma io considero il suo sperma sul mio ventre e sul torace come un regalo inaspettato e tenero, quasi mi commuovo. Questo giovanotto mi ha appena eiaculato addosso, ma non mi sento autorizzato a fare niente, come se ci avessero appena presentati e ci stessimo domandando se possiamo stringerci la mano o se c’è qualche argomento comune su cui conversare. Aspetto la sua iniziativa, ma non vedo i suoi occhi, forse già dorme. Il regalo di Rod, intanto, comincia a colare giù, perciò mi alzo per andare a lavarmi. Quando ritorno a letto mi chiede se può andare lui in bagno: ho paura che non ritorni ma dopo poco è di nuovo lì e mi si accoccola vicino, addormentandosi quasi subito. Io non credo che dormirò. Sento i primi uccelli che iniziano a cantare nel buio fuori; è la prima volta quest’anno. Mi viene un po’ da piangere, come sempre: è un appuntamento privato che ho con le albe che ti sorprendono a letto, senza essersi ancora addormentati; un ricordo dolcissimo e triste che da adesso, penso, si confonderà con quest’altro. Rod ha anche la sua stessa età di allora.

La colazione è più tranquilla di quanto mi aspettassi. I fratelli sono in piedi ma ancora mezzi addormentati, Rod è più sveglio, sfugge il mio sguardo, mi sembra. Subito dopo il suono della sveglia aveva voluto alzarsi per far svegliare gli altri due. Io devo aver dormito in tutto un quarto d’ora, ma non sono distrutto come temevo. Quando non dormo abbastanza mi alzo con lo stomaco sottosopra, come se l’apparato digerente si fosse attorcigliato dentro. Invece sto benissimo, sono solo un po’ in ansia perché non so come comportarmi. Comunque devo andare a lavorare, anche se ho già mandato un sms al mio collega dicendo che sarei arrivato con il treno dopo e di arrangiarsi fino alle 9 e mezza. Andiamo tutti in stazione. Nick adesso è più sveglio, canticchia, ride, cerca di coinvolgere Rod nel progetto di attaccare bottone con una ragazza che aspetta vicino. Rod mi guarda malizioso e si tira indietro, dice qualcosa in sloveno e i fratelli mi guardano entrambi ridendo. Arrossisco, non so nemmeno perché, qualsiasi cosa abbia detto non c’era scherno. Il mio treno è il primo che arriva. Roman mi stringe la mano, invece Nick mi abbraccia ripetendo ringraziamenti in varie lingue, gli altri si aggiungono. Ci siamo già scambiati i numeri e in effetti mi manderanno sms per tutta la vacanza. Anche Rod mi abbraccia e mi dà un breve bacio sulla guancia quasi sull’orecchio, un po’ di nascosto dagli altri ma nemmeno del tutto. Però così rapido che non riesco a ricambiare, poi il mio treno è già fermo. Auguro loro buona vacanza e si incamminano verso l’altro marciapiede mentre annunciano il treno per Verona.