A un cerbiatto, somiglia nei selfie

Mi spiace metterlo in imbarazzo, cosa che avviene regolarmente quando lo guardo negli occhi. Ma davvero non riesco a fingere indifferenza quando lo incontro, lui e i suoi vent’anni giunti a completa maturazione, la fronte larga che rischiara il sorriso pur facendo già presagire un adulto calvo in attesa, gli occhi scuri, limpidi, le labbra morbide e leggermente preoccupate, i baffetti radi. Più una peluria leggera, in verità, che lui porta per correggere dei tratti un po’ infantili, ma gli stanno molto, molto bene.

Persino a riposo il suo volto lascia trasparire un leggero allarme. Lo si vorrebbe rassicurare. Però si indovina che molto difficilmente ti confesserà la sua preoccupazione. Ammesso che ne sia al corrente: la sua paura infatti è un sentimento vago, non solo personale, piuttosto qualcosa a cui partecipa senza portarne alcuna diretta responsabilità, come poteva essere la speranza per le generazioni di ragazzi che l’hanno preceduto. Sa che non lo aspetta, in generale, niente di buono, anche se magari lui, per il rotto della cuffia, potrebbe cavarsela. Non è disperato, piuttosto genericamente sfiduciato, come i suoi coetanei. Perciò il conforto che si vorrebbe dargli ha un sapore collettivo. Si estende alla sua generazione, a tutti questi nostri figli per i quali non siamo riusciti a preparare non dico un futuro migliore, ma nemmeno un futuro qualsiasi.

La sua bellezza non è estranea a questa fragilità, a questa deprivazione di futuro che si proietta sul presente, sull’espressione rammaricata nella quale si legge come il dubbio di star rivelando qualcosa di troppo intimo su di sé, che poi gli creerà problemi aver lasciato trapelare. Un eccesso di franchezza lasciato sul curriculum in formato europeo. Troppo loquaci sono, del resto, quasi tutte le foto di questi ragazzi. Quando ne ottieni l’amicizia su un social è come se ti firmassero una completa confessione. Basta una dozzina di foto ben distribuite negli ultimi tre o quattro anni, qualche like. Non c’è nemmeno bisogno di leggere gli stati passati. Questi ragazzi vivono completamente esposti alle immagini ed esse li ricambiano con una completa indiscrezione. Nessuna generazione era mai stata così esposta al pettegolezzo incessante delle immagini, nessuna aveva dovuto fare personal branding, prima, e infatti lo fanno piuttosto male, ingenuamente, con una fiducia nella comprensione altrui che fa perdonare senz’altro la spavalderia di certe smorfie negli autoscatti.

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