A un cerbiatto, somiglia nei selfie

Mi spiace metterlo in imbarazzo, cosa che avviene regolarmente quando lo guardo negli occhi. Ma davvero non riesco a fingere indifferenza quando lo incontro, lui e i suoi vent’anni giunti a completa maturazione, la fronte larga che rischiara il sorriso pur facendo già presagire un adulto calvo in attesa, gli occhi scuri, limpidi, le labbra morbide e leggermente preoccupate, i baffetti radi. Più una peluria leggera, in verità, che lui porta per correggere dei tratti un po’ infantili, ma gli stanno molto, molto bene.

Persino a riposo il suo volto lascia trasparire un leggero allarme. Lo si vorrebbe rassicurare. Però si indovina che molto difficilmente ti confesserà la sua preoccupazione. Ammesso che ne sia al corrente: la sua paura infatti è un sentimento vago, non solo personale, piuttosto qualcosa a cui partecipa senza portarne alcuna diretta responsabilità, come poteva essere la speranza per le generazioni di ragazzi che l’hanno preceduto. Sa che non lo aspetta, in generale, niente di buono, anche se magari lui, per il rotto della cuffia, potrebbe cavarsela. Non è disperato, piuttosto genericamente sfiduciato, come i suoi coetanei. Perciò il conforto che si vorrebbe dargli ha un sapore collettivo. Si estende alla sua generazione, a tutti questi nostri figli per i quali non siamo riusciti a preparare non dico un futuro migliore, ma nemmeno un futuro qualsiasi.

La sua bellezza non è estranea a questa fragilità, a questa deprivazione di futuro che si proietta sul presente, sull’espressione rammaricata nella quale si legge come il dubbio di star rivelando qualcosa di troppo intimo su di sé, che poi gli creerà problemi aver lasciato trapelare. Un eccesso di franchezza lasciato sul curriculum in formato europeo. Troppo loquaci sono, del resto, quasi tutte le foto di questi ragazzi. Quando ne ottieni l’amicizia su un social è come se ti firmassero una completa confessione. Basta una dozzina di foto ben distribuite negli ultimi tre o quattro anni, qualche like. Non c’è nemmeno bisogno di leggere gli stati passati. Questi ragazzi vivono completamente esposti alle immagini ed esse li ricambiano con una completa indiscrezione. Nessuna generazione era mai stata così esposta al pettegolezzo incessante delle immagini, nessuna aveva dovuto fare personal branding, prima, e infatti lo fanno piuttosto male, ingenuamente, con una fiducia nella comprensione altrui che fa perdonare senz’altro la spavalderia di certe smorfie negli autoscatti.

Se Tolstoj ha ragione, negare il matrimonio gay significa negarci la vita

Ma io non so se Tolstoj ha ragione davvero. Che dice sul matrimonio? Che è la vita. Anna Karenina, prima di essere il romanzo dell’infedeltà, è uno studio che contrappone due matrimoni, quello di Anna con Karenin, completo di amante, e quello di Levine con Kitty, invece riuscito. C’è già tutto nel famosissimo incipit: le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo. Che è come dire: c’è più o meno un solo modo per essere felici nel matrimonio, quello dei Levine, mentre ce ne sono innumerevoli per non esserlo. La storia di Anna illustra due dei modi principali per essere infelici. Il primo è ignorare e frustrare le esigenze di un membro della coppia, che può non essere ben assortita, non è quello il problema: due persone intelligenti un terreno comune lo trovano sempre. L’altro è pretendere che la relazione sia una fusione totale, fatta solo di giorni di festa e mai di feriali. E’ per questo che Anna si butta sotto un treno, non perché Vronskij non la ama più, ma perché il rapporto con lui si avvia a essere una cosa fra le tante. Da passione totalizzante che li ha sconvolti e lacerati, buttati nel fango, sta per diventare un trastullo d’animali, un gioco di società. Anna ha gettato tutto ciò che possedeva nel fuoco della sua passione e ora non accetta di smettere di bruciare. Ma ogni fuoco si consuma. “Che ingenua”, pensa Tolstoj, ma anche: “povera!”, in una società bigotta, che una relazione alla luce del sole con Vronskij non l’avrebbe permessa, cos’altro poteva fare, visto che il fuoco si stava inesorabilmente spegnendo? Inoltre fornisce ad Anna una grossa attenuante: gli sbagli che fa sono conseguenze del fallimento del matrimonio con Karenin, insuccesso generato dai motivi più comuni di rovinarne uno.

Era meglio la passione tutt’altro che fiammeggiante di Kitty e Levine, si risponde Tolstoj, la sua relazione cioè con Sofia Bers. Il loro compromesso, il patto che essi (soprattutto Levine/Tolstoj) riescono a stabilire con le piccolezze della vita e delle nostre anime. Non è un compromesso disonorevole. E non è nemmeno, assolutamente, un elogio del compromesso in sé. Gli altri matrimoni compromissori presenti nel romanzo (tutti gli altri) stanno a mostrarlo: non portano alla morte, ma all’infelicità comunque sì.

Che minchia c’entreranno le rivendicazioni gay con Anna Karenina? Tolstoj pensa che il matrimonio sia il quadro irrinunciabile per un patto come quello che, non del tutto consapevolmente, fanno i Levine. Cioè tutto il contorno di accettazione sociale, di convenzioni, di “normalità” che puntella una relazione fra uomo donna. Stesso identico puntello che regge una relazione fra uomo e uomo oppure donna e donna, dove c’è una minima visibilità e accettazione nella propria cerchia sociale. La relazione pura, la passione fra due animi sensibili e due persone di prim’ordine come Anna e Vronskij, finisce male. Non perché ci sia una colpa nel loro rapporto, qualcosa, un disordine che essi debbano scontare. Oppure sì, anche, non so se Tolstoj fosse così indipendente dai pregiudizi del suo tempo, la sventura di Anna vuole forse fra le altre cose borghesemente punire il tradimento. Ma il peggior colpevole del romanzo è, con ogni evidenza, Karenin. Il quale si merita tutto quello che gli succede, dalle corna alle truffe delle fattucchiere. La sorte di Anna è analizzata invece con impietosita premura. E’ quanto succede a chi non può dare una cornice sociale accettabile alla propria relazione e perciò non riesce a patteggiare con la vita. E’ l’esilio dal matrimonio che costringe Anna e Vronskij a essere perpetuamente amanti, a bruciare nel fuoco di una passione invece di scaldarsi le mani al tepore di un caminetto familiare. Se ha una colpa, Anna, è quella di non cercare con maggior convinzione di ottenere il divorzio da Karenin, avendo in mente – per sé e Vronskij – ben altro che un matrimonio convenzionale. Illusa: una comunione di anime e corpi può durare quando va bene qualche mese, non una vita. Poi forse ci sono le eccezioni, bo’, io non ne conosco, ma comunque sono appunto eccezioni.

Dal Vaticano si vuole impedirci non tanto l’amore, come qualche eccesso retorico scrive sui cartelli e le magliette del Pride, mentre quel congresso di vecchi cinici non si ricorda nemmeno cos’è. E neanche di scopare, tanto poi c’è il pentimento. Ma proprio di metter su tiepidi e borghesissimi matrimoni. Il Papa, forse sapendo ciò che fa, ci costringe a pretendere dalle nostre relazioni prove d’amore che le coppie di lungo corso felici hanno lasciato serenamente dietro di sé da decenni. Ma così ci kareninizza e quindi ci spinge sotto i treni, ecco. Lo dice Tolstoj, non lo dico io.