Le facce dei Foster the people

foster01Che sono poi identiche a quelle dei miei studenti nati negli anni 90, rimbalzate dai profili Facebook dei loro amici, condivise negli Instagram e nei Tumblr in giro per il mondo. Niente di eccezionale, mi direte voi. Ma fa parte del loro fascino: questi ragazzi li incontri sull’autobus, per strada, in università, fanno tenerezza proprio per questo riconoscibile e comune smarrimento, l’aria di scusarsi: “mi hanno detto di venire qui”, la stessa illusione che trasgredire sia smemorarsi in una sostanza o pensare insistentemente al suicidio, come tutti i ventenni da Werther in poi. Mi permetto di ascoltare con un solo orecchio la loro musica, mediocre. Dubito che con maggiore attenzione apprenderei qualcosa di più che guardando le loro facce nei video, la parte insieme più sincera e sofisticata del loro lavoro. Quale lavoro? Lo stesso delle boy band, solo su un gradino musicale più alto, giusto per non far sentire quelli come me troppo in imbarazzo mentre facciamo i guardoni. Ovvero: produrre una immagine perfettamente consumabile della loro gioventù.

Da alcuni decenni mi pare che siamo tutti diventati dei voraci consumatori di giovinezza. Che è sempre piaciuta, ovvio, ma da un po’ sembra non tollerare niente accanto a sé. La vogliamo vedere ovunque, quasi ossessivamente, e l’industria dell’intrattenimento ci accontenta. In cambio non chiediamo a questa gioventù quasi niente. Né di essere ribelle, né di indicarci il futuro, la speranza, come forse avveniva in passato. Le chiediamo solo di esibire la propria bellezza. E nemmeno di mostrare una particolare avvenenza, come era quella provocante di Brigitte Bardot o quella corrucciata di James Dean, sensuale la prima e densa di significati la seconda. Le boy band di oggi sono composte tutte, già a partire dai Take that, da ragazzi di una bellezza normalissima, posseduta in egual grado da tutti i loro coetanei, o quasi. La bellezza dell’asino, si dice infatti traducendo una espressione francese (beaute de l’ane) che forse storpia un più trasparente bellezza dell’età (de l’age), ma così le presta uno stordimento, un’opacità stupida, un’inerzia cocciuta e animale. Non sto lamentando qualcosa come una scomparsa della bellezza, ce n’è parecchia invece, lo si nota quando la predetta età dell’asino passa, in splendidi quarantenni come, che so?, Jude Law (mentre non saprei cosa prevedere che sarà per i Foster). Dev’essere una questione di quantità: ne serve tanta che persino la grande industria fatica a soddisfare la richiesta.

I Foster the people, come le boy band per le altre fasce di pubblico, per esempio gli One direction, sembrano privi di alcun rilevabile scopo che non sia quello, quasi da giardino zoologico, di esibire la propria biologica bellezza. Gattini a cui non si chiede nient’altro che intenerimento. Forse è qualcosa come un grado zero di bellezza, la meno impegnativa, la meno esposta a significati perturbanti. Una superficie liscia sulla quale imprimere gli unici segni legittimi: la pettinatura alla moda e un look cool. Come se i tecnici della bellezza (pubblicitari, parrucchieri, truccatori, stilisti, chirurghi estetici, dentisti) fossero riusciti a imporre un tipo di spettacolo dove sulla ribalta c’è poco più del loro lavoro. Suona piuttosto familiare, no?

Ma, Vautrin è gay?

Mentre mi avevano chiuso il blog, ho usato un po’ lo scaffale di Anobii per continuare a scrivere qualcosa in pubblico. La cosa di cui sono più soddisfatto è questo lungo concione su un personaggio di Balzac, Vautrin (no, anche un altro sermone su Anna Karenina ma quello lo riciclo un’altra volta) . Il mio rapporto con Balzac (e Vautrin) dura da parecchio tempo. La prima lettura di un suo libro, Papà Goriot, risale però solo (che ignorante!) alla primavera del 2010 ed è proseguita in estate con le Illusioni perdute e poi di seguito Splendori e miserie delle cortigiane, che è appunto la prosecuzione delle Illusioni. Ma l’intenzione di leggere appunto Papà Goriot è nei miei progetti di lettura fin da quando avevo 19 anni e ho acquistato un po’ di nascosto Leggere omosessuale di Giovanni Dall’Orto, libro rimasto a lungo nella mia libreria con il dorso rivolto verso il muro, per nascondere la parola compromettente che non volevo venisse letta dai miei genitori. Se lo riapro oggi trovo che tutti i titoli su cui avevo messo durante la lettura un segno di interesse (una “x”, e nei casi più urgenti una freccia sul margine), con una coerenza quasi spettrale, li ho poi effettivamente letti, mancava giusto Balzac. Sarà che, come altri commenti di Dall’Orto, quel suo secco “Il personaggio di Vautrin è omosessuale”, a giustificazione dell’inserimento in una bibliografia dei romanzi lesbici e gay, non mi convinceva del tutto. Poteva esistere in un libro così famoso della prima metà dell’Ottocento un personaggio omosessuale?

Non starò a discutere i commenti di Giovanni Dall’Orto, a cui debbo – per avere pubblicato quella bibliografia, e parecchie altre cose da lui scritte, anche di recente sul suo sito – una incondizionata gratitudine. Ma, Vautrin, il re dei ladri, il supertruffatore che ritorna qui con il travestimento di padre Herrera, è davvero omosessuale? Dopo la lettura dei principali romanzi in cui questo personaggio compare, la mia risposta è articolata. Certo è molto attratto da giovani uomini belli, e per niente dalle donne, ma la relazione che stabilisce con loro non lascia mai affiorare esplicitamente un elemento erotico. Il suo apprezzamento per la bellezza fisica dei suoi protetti, che è insistito, dettagliato, è però anche sempre tecnico, professionale. Sembra solo inteso a stabilire quante ricche ereditiere quell’avvenenza è in grado di circuire. Se qualcosa come un sapore sessuale si riesce a percepire nei rapporti fra Vautrin e i suoi giovani protetti, si trova appunto solo in Papà Goriot, nel tentativo di trascinare Rastignac in una complicità criminale. In quelle scene avviene qualcosa di fisico: i due personaggi si fronteggiano, la forza virile matura di Vautrin viene a contatto per un momento con il vigore giovanile di Eugène che non lo respinge, subito, ne sente la forza, l’odore di maschio, e sta per cedere a un rapporto che – si avverte chiaramente, ma sempre in modo implicito – non sarebbe soltanto di complicità in un delitto. L’eredità di m.lle Taillefer non è la sola cosa che Vautrin vuole da Rastignac. In Papà Goriot, anzi, la complicità sembra uno strumento per stringere un legame più profondo con il ragazzo. Con Rubemprè non ci si avvicinerà mai più così chiaramente a una relazione sessuale. La bellezza di Lucien è il mezzo per ottenergli il matrimonio giusto, attraverso il quale Vautrin accederebbe alla posizione a cui aspira, dalla quale continuerebbe a proteggerlo come un figlio, come un buon investimento. Niente di più. Forse anche perché è passato qualche anno. La forza di Vautrin è intatta, ma non il suo appeal fisico che in Papà Goriot aveva conquistato e ovviamente un po’ turbato tutte le signore della pensione Vaquer. Nel prete Herrera che raccoglie Lucien al margine del suo tentativo di suicidio alla fine delle Illusioni, l’attrattiva sessuale sembra del tutto scomparsa (se ne descrive anzi, mi pare di ricordare, la grande bruttezza). Con Rastignac avrebbe potuto essere un legame di coppia, con Rubemprè si tratterà di un intenso rapporto filiale, privo o quasi di sfumature sensuali. Rispetto al Vautrin di Papà Goriot Herrera sembra del tutto appagato, anche fisicamente, dalla sola prospettiva della scalata sociale.

Penso di avere esplorato tutte le opere dove compare Vautrin, questo incredibile personaggio, monarca di una specie di regno segreto dei ladri, talmente abile in tutto da trascendere, unico fra tutti i personaggi di Balzac, i limiti della sua classe. Limiti ai quali ogni altro abitante della Commedia è al contrario imbullonato in modo inesorabile e che, forse, sono il vero soggetto di questo scrittore molto amato da Marx. Vautrin sembra poter davvero sperare di raggiungere il vertice della società, ingannandone le leggi e servendosi dei giovani uomini di cui diventa guida e protettore. Tentativo grandioso, disperato, nel quale Balzac ha probabilmente cifrato il proprio di scrittore che ha cercato, con la forza della letteratura, di imporsi negli ambienti da cui il suo censo lo escludeva (profetizzando così il fallimento nel quale, almeno in vita, quel tentativo è finito).

Ma, tornando alla domanda che ci stiamo facendo, le tracce per una risposta schiettamente positiva non mancano. Oltre al tentativo di seduzione fatto verso Rastignac e al rapporto comunque ambiguo con la bellezza di Rubemprè, vanno registrati anche la relazione stretta con un giovane e bellissimo ladruncolo corso (ricordato in Splendori, alla fine) e la vicenda che coinvolge una copia di Rubemprè, nella quale non so bene a quale età di Vautrin questi si sarebbe imbarcato, raccontata nel dramma teatrale che porta il suo nome. Mi resta tuttavia un senso di insoddisfazione. L’omosessualità di Vautrin è comunque solo un ingrediente del saporito intruglio di cui è composto questo personaggio portentoso. E’ una delle armi nascoste nell’arsenale da cui estrae le risorse più inaspettate. Guardandolo dritto negli occhi, forse, avendone il coraggio, potremmo intravederla fra le sue molte e ben celate motivazioni. Ma noi tutti, forse lo stesso Balzac, siamo troppo inferiori a Vautrin per pretendere di indagarle.

Esercizi di ammirazione

Me ne sono accorto da un pezzo, ma non volevo ammetterlo. La quantità di bei ragazzi che vedo per strada dipende dal mio umore. Anzi, al mattino appena uscito, mi accorgo di una giornata storta dal fatto che ci sono in giro solo ragazzi brutti prima ancora di notare un certo nervosismo, o di prendere atto della cupezza del mio sguardo riflesso in una vetrina.

Altre mattine mi dico che tanta bellezza non può essere solo un prodotto del mio umore, è stata la Fortuna, proprio lei, magari con la collaborazione di Eros, certo non solo l’aver messo giù il piede giusto dal letto, che mi ha fatto finire sulla traiettoria di quella barbetta chiara su guance morbide, o dell’espressione furba di quell’altro, del quale ho potuto apprezzare, grazie ai pantaloni a vita veramente bassa, anche la fessura delle natiche. Però la strada è sempre la stessa, l’orario più o meno anche. La concentrazione di bei figlioli in certi giorni e non in altri è un fenomeno statistico perlomeno curioso.

C’è una terza possibilità, più letteraria, quindi parte un po’ svantaggiata ai miei occhi nutriti di talmente tanta letteratura da essere diventati scettici. In questa versione il buon umore mi renderebbe solo più attento, più capace di cogliere la bellezza che mi circonda, perché la bellezza medesima non è una cosa, ma una relazione fra le cose. Un esercizio dell’attenzione e della confidenza, qualcosa di molto rispettabile insomma. Non montiamoci la testa però.